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Il blog di Giuseppe Carpita





CHIESA CATTOLICA (CULTURA)
30 giugno 2010

Il "Cortile dei Gentili"

 Benedetto XVI,  nel consueto discorso per la presentazione degli auguri natalizi alla Curia Romana, tenuto nella Sala Clementina il 21 dicembre scorso, ha anticipato quello che oggi è una realtà nel segno del suo pontificato teso prioritariamente affinché "l'uomo  non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza". Il Papa ha aggiunto:<<Come primo passo dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta tale ricerca; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. haperché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde. Mi viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr Is 56, 7; Mc 11, 17). Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentili, che sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio>>. Proprio in questi giorni in cui la magistratura italiana indaga sugli affari riguardanti anche la Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, le parole del Papa dette sei mesi fa diventano profetiche. Ma, alle parole sono seguiti i fatti, perché il pontificio Consiglio della cultura, di cui è presidente l'arcivescovo mons. Gianfranco Ravasi, ha dato il via a un'istituzione, denominata appunto "Cortile dei Gentili", per aprire un dialogo serio e rispettoso tra credenti e agnostici o atei. Mons. Ravasi, come ricorda Sandro Magister, lo ha annunciato con un articolo su "L'Osservatore Romano" del 2 giugno scorso, anticipando che  l'evento inaugurale del "Cortile dei Gentili" tra atei e credenti avverrà a Parigi nel marzo del 2011. E l'impegno  parte dall'interno della Chiesa. Benedetto XVI ha nominato l'arcivescovo Rino Fisichella presidente del pontificio Consiglio per la promozione e la nuova evangelizzazione dell'Occidente.  Un organismo dedicato cioè  alla missione nel primo e nel secondo mondo, ove l’annuncio del Vangelo avvenuto da secoli fa registrare una scarsa incisività nella vita delle persone. 



 

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CULTURA (CULTURA)
16 maggio 2010

Alla ricerca delle cose ultime

Nel giorno dell'Ascensione, che segna l'inizio di un'era di speranza, mi piace ricordare le parole con cui Benedetto XVI, nel suo recente viaggio apostolico  in Portogallo, ha concluso il discorso rivolto al mondo della cultura nel Centro Cultural de Belém di Lisbona: "Cari amici, la Chiesa ritiene come sua missione prioritaria, nella cultura attuale, tenere sveglia la ricerca della verità e, conseguentemente, di Dio; portare le persone a guardare oltre le cose penultime e mettersi alla ricerca delle ultime. Vi invito ad approfondire la conoscenza di Dio così come Egli si è rivelato in Gesù Cristo per la nostra piena realizzazione. Fate cose belle, ma soprattutto fate diventare le vostre vite luoghi di bellezza".

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CHIESA CATTOLICA (SOCIETA')
19 aprile 2010

"Da semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore"

Comincia oggi il sesto anno di pontificato di Benedetto XVI, essendo stato eletto Vescovo della Chiesa di Roma il 16 aprile 2005. Cinque anni di servizio alla Chiesa universale “da semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore” come egli stesso si definì presentandosi al mondo. Anni, perciò, carichi di impegno volto verso una precisa priorità così enucleata dallo stesso Papa nella Lettera ai Vescovi del marzo 2009: “Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio” . Benedetto XVI ha fissato nella storia questo suo compito riprendendo i contenuti della fede nell'oggi attraverso le tre encicliche sulla fede, sulla speranza e la carità. E nel fare questo papa Ratzinger è risalito per esempio attraverso la settimanale catechesi del mercoledì all'impegno apostolico di san Paolo, cui è stato dedicato tutto un anno di celebrazioni, e alla lettura esegetica dei Padri della Chiesa insieme alla trattazione di alcune grandi figure della vita ecclesiale fin dalle sue origini. E soprattutto questo Papa continua a costellare il proprio ministero di interventi che evidenziano il nesso indissolubile tra fede e ragione, tra verità e libertà in un tempo in cui tutto è messo in discussione e la verità non supera spesso il confine del teleschermo. Ma a questo Pontefice è toccato anche di alzare il tappeto per togliere quella che lui definì, profeticamente e ancor prima di assurgere al soglio di Pietro, la “sporcizia” nella Chiesa. Ecco quello che disse nel 2005 il card. Ratzinger nella meditazione alla IX stazione della via Crucis al Colosseo: “ Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!”. Si può affermare che fatti alla mano Benedetto XVI più di ogni altro non si è tirato indietro di fronte al problema degli abusi sessuali su minori da parte di preti. Dai provvedimenti a carico del fondatore dei legionari di Cristo, alla lettera pastorale ai cattolici d'Irlanda del mese scorso, che non ha precedenti e alle ultime direttive in materia così riepilogate dal cardinale Bertone. Il segretario di Stato in un'intervista alla Radio Vaticana e all'Osservatore Romano rilasciata al ritorno dal suo viaggio in Cile e alla vigilia della partenza con Benedetto XVI per il viaggio a Malta ha precisato: “Il Papa ci ha dato una linea molto chiara", che è innanzitutto quella della "purificazione e della penitenza, per assumere con decisione la propria missione secondo il progetto di Dio". Mea culpa dunque per quanto accaduto sia a danno delle vittime dei pedofili preti sia per i comportamenti di copertura da parte di chi avrebbe dovuto vigilare e intervenire e non l'ha fatto “per una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali” . All'omelia pronunciata il 15 aprile nella Cappella Paolina in Vaticano, per i membri della pontificia commissione biblica, Benedetto XVI si è riferito alla “sottile aggressione contro la Chiesa”, aggiungendo “sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter far penitenza è grazia, è rinnovamento, è opera della misericordia divina”. E comunque il Papa non da ora deve far fronte ad attacchi, ma lui continua a guardare all'uomo col suo sguardo penetrante che abbraccia mente e cuore. 

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CHIESA CATTOLICA (SOCIETA')
27 marzo 2010

"Pensare e pregare"

Come giustamente rileva Sandro Magister,  pochi l'hanno notato. Oltretutto nella temperie che la Chiesa si trova a fronteggiare in questi giorni con le prime pagine dedicate per lo più allo scandalo pedofilia. Benedetto XVI va avanti nello stile del suo pontificato “con una audace lezione di teologia della storia”  rivolta ai pellegrini dell'udienza generale di mercoledì 10 marzo. Il discorso del Papa si è incentrato su uno dei primi successori di san Francesco e dottore della Chiesa: san Bonaventura da Bagnoregio. Si potrebbe dire che è stata una lezione sul governo della Chiesa da parte del Papa teologo. Egli ha richiamato la corrente di frati minori detta dei “francescani spirituali“, alla base della quale vi erano gli scritti di Gioacchino da Fiore, abate cistercense, che si rese protagonista di una concezione secondo la quale “Tutta la storia andava così interpretata come una storia di progresso: dalla severità dell’Antico Testamento alla relativa libertà del tempo del Figlio, nella Chiesa, fino alla piena libertà dei Figli di Dio, nel periodo dello Spirito Santo, che sarebbe stato anche, finalmente, il periodo della pace tra gli uomini, della riconciliazione dei popoli e delle religioni”. Una visione che auspicava dunque una sorta di rinnovamento in cui la Chiesa gerarchica lasciasse il passo alla nuova Chiesa dello spirito. San Bonaventura, divenuto nel 1257 ministro generale dell’ordine francescano, si trovò di fronte ad una grave tensione all’interno del suo stesso ordine a causa appunto di chi sosteneva la menzionata corrente dei “francescani spirituali”. Egli dopo attento studio intuì come tale posizione fosse fonte di anarchia. Da qui la conclusione che la Chiesa per essere governata ha bisogno di strutture gerarchiche fondate teologicamente. Era così al tempo di Bonaventura ed è così oggi. Quanta affinità, infatti, tra quei tempi e il presente in cui s'invoca “un rinnovamento”. San Bonaventura chiarisce che questo non significa che “la Chiesa sia immobile, fissa nel passato e non possa esserci novità in essa. “Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, le opere di Cristo non vanno indietro, non vengono meno, ma progrediscono”. Il Papa fa suo quindi il principio di san Bonaventura per il quale “ governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare”. Un principio che diventa una stella polare per il governo della Chiesa universale: “governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo".

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CULTURA (CULTURA)
8 marzo 2010

Il“dare cuique suum” e la Giustizia

Proseguendo nel suo Magistero "di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio" (cfr. lettera ai vescovi del 10 marzo 2009), Benedetto XVI ha ripreso nel consueto messaggio per la Quaresima 2010 il tema della  giustizia. Il Papa si è soffermato intanto sul significato del termine secondo l’espressione classica di Ulpiano del “dare cuique suum”, precisando che ciò di cui l’uomo ha più bisogno, e cioè l’amore che solo Dio può comunicargli,  non può essergli garantito per legge. E infatti, la stessa giustizia “distributiva” non rende all’uomo tutto il “suo” che gli è dovuto. In questa ottica è interessante cercare di spiegare – e Papa Ratzinger- l’altra faccia della medaglia in tema di giustizia, ossia l’ingiustizia, la cui causa erroneamente viene situata da certa cultura al di fuori dell’uomo. A questo proposito Benedetto XVI ricorda l’ammonizione di  Gesù secondo cui <<l’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male>>.

Ma c’è un dato che il Papa mette in luce e che merita la nostra attenzione. Per accedere alla giustizia bisogna liberarsi dell’illusione di auto-sufficienza che pervade l’uomo facendolo rinchiudere in se stesso. No in questo campo non vale il “self made man”. Ci vuole dell’altro, ci vuole la misericordia di Dio. Inevitabile è il richiamo alla parabola del figlio prodigo con riferimento alla figura del figlio "dissoluto" pronto a gettarsi nelle braccia del Padre, suscitando la reazione del fratello maggiore sempre "corretto" e perciò "autosufficiente". Questo consente anche di cogliere il senso della giustizia divina così diversa da quella umana. Il Papa dice: <<Di fronte alla giustizia della croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza: indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia…un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia>>. 

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CHIESA CATTOLICA (SOCIETA')
5 gennaio 2010

Accoglienza e umanità

 Papa Benedetto XVI sarà invisita a Malta il 17 e 18 aprile 2010 in occasione del 1950° anniversario del naufragio di SanPaolo sull'isola durante il viaggio che lo stava conducendo a Roma nel 60 d.C.Di tale evento ne parlano gli Atti degliApostoli ai capp.27-28 ed è bello qui ricordare soprattutto l’accoglienza deimaltesi all’apostolo e ai suoi compagni di disavventura, come citata dal testo:<<Gli abitanti ci trattarono con rara umanità>> (At 28, 2). Ecco unsimile episodio collocato nel Mediterraneo non può non evocare un tema delnostro tempo, ossia quello dei flussi di barconi di migranti diretti in Italia.E dovremmo riflettere sulla “rara umanità” di quei maltesi. Benedetto XVI,tornando sulle orme di san Paolo, profeticamente con la sua azione pastorale ce lo suggerisce. Sta a ciascuno di noi non dimenticarlo. 

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CHIESA CATTOLICA (SOCIETA')
27 novembre 2009

Inclusione tra ricordo e speranza

Benedetto XVI in un suo scritto ha ripreso l’importanza dell’Avvento cristiano che <<significa proprio intreccio di ricordo e di speranza >> e  il cui compito è <<quello di donarsi reciprocamente ricordi di bene, aprendo così le porte della speranza>> (Cercate le cose di lassù, Paoline). In simile contesto perciò non ci può essere posto per nessuna iniziativa ad excludendum di carattere etnico magari in nome del "bianco" Natale. Del resto la novità assoluta della fede cristiana e della salvezza che Cristo ha portato all’umanità intera è “gridata” dall’apostolo Paolo: <<Non c’è giudeo, né greco; non c’è schiavo o libero; non c’è più uomo o donna, poiché siete uno in Cristo Gesù>> (Gal 3, 28). Purtroppo le differenze e con esse le divisioni evocate dall’apostolo esistono ancora oggi e sempre per motivi religiosi, culturali e sociali. Lo stesso Papa Ratzinger nell’ultima enciclica “Caritas in veritate” al n. 7 insegna che <<Accanto al bene individuale, c'è un bene legato al vivere sociale delle persone: il bene comune” cioè non “un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene. Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall'altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città. Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d'incidenza nella pólis>>.
In ciò va dunque individuata la vocazione di ogni credente in Cristo Gesù, chiamato a partecipare all’edificazione della città di Dio. E per fare questo sappiamo che occorre ascoltare la Parola, ma non basta. E' necessario  metterla in pratica. Ci vuole coerenza per dare credibilità e forza di cambiamento a quanto, come cristiani, predichiamo e testimoniamo. E così si dà risposta a quanti rilevano <<la benevola tolleranza nella pratica quotidiana sull´uso della appartenenza religiosa a scopi di esclusione>>.

 

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CHIESA CATTOLICA (SOCIETA')
25 ottobre 2009

L'esempio

 Stamani sulla piazza del Duomo di Milano si è svolta, sotto la presidenza del card. Tettamanzi, la liturgia di beatificazione di don Carlo Gnocchi , sacerdote ambrosiano morto nel 1956 e ricordato come il <<papà dei mutilatini>>.Collegatosi da San Pietro Benedetto XVI, dopo la preghiera dell'Angelus ha detto che don Gnocchi si prodigò per "restaurare la persona umana". Ricca, intensa e pregnante la vita di questo prete, il cui processo sulle virtù e fama di santità fu istituito dal card. Martini, predessore di Tettamanzi nella guida della diocesi milanese. Proprio Martini nel trattare l'evento odierno ha richiamato su la Repubblica di oggi don Gnocchi, che col suo entusiasmo, fu un esempio che riusciva a toccare il cuore di molti, aiutando a lottare <<per l'amore puro che cerca la gioia dell'altro e per la dignità di ogni essere umano>>. Lotta che diventa testimonianza, <<dove c'è più bisogno di speranza>>. Nella domenica in cui la Parola annuncia la guarigione del cieco Bartimeo, un messaggio quanto mai attuale per questa società intrisa di cecità interiore, priva di ogni riferimento di senso dove “nel privato” ma non solo tutto è lecito, se possibile. Impegno che vale per il cristiano, chiamato a vivere lo straordinario nella ordinarietà del quotidiano. Impegno che vale per tutti e in modo particolare per i giovani, che don Gnocchi diceva, con le parole di Paul Claudel, <<di essere fatti per l'eroismo e non per il piacere>>.

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POLITICA (POLITICA)
28 settembre 2009

Corsa nei cieli e cento passi

Per potere incontrare il Pontefice in partenza per il suo viaggio apostolico a Praga, il Premier ha fatto  letteralmente una “corsa nei cieli” rientrando dal vertice G20 di Pittsburgh. Il tutto per  circa cento passi accanto al Papa, sufficienti a essere immortalati in ripetute immagini utili a evidenziare mediaticamente, come ha fatto il TG1, i buoni rapporti tra Governo italiano e Santa Sede. Indubbiamente l’evento non può non prestarsi a interpretazioni che mutano in base alla prospettiva che pongono. Dal punto di vista del Presidente del Consiglio viene premiata l’insistenza di queste ultime settimane per incontrare il Pontefice e dissipare così ogni ombra nei rapporti con Oltretevere per le vicende che direttamente o indirettamente lo hanno interessato. Dall’altra il si della Santa Sede, che è l’organo di governo della Chiesa universale. Un si per la verità piccolo, perché ricondotto ad una formale presenza  governativa prevista comunque dal protocollo in occasione di arrivi e partenze del Pontefice. Un si che però obbedisce alla logica che presiede ormai in modo definito il pensiero di questo pontificato, per cui, per dirla con Alberto Melloni,  Benedetto XVI "non vede persone ma prospettive", facendo "rientrare tutto nel suo schema fede-ragione" e quindi "non si blocca per convenienze o opportunità".

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CHIESA CATTOLICA (SOCIETA')
6 settembre 2009

Ritorno al futuro

L’aveva detto Benedetto XVI nel suo discorso di Cagliari che servono politici cattolici “preparati e coerenti”. La Chiesa italiana attraverso la CEI, dopo anni di protagonismo mediatico che di fatto ha messo in ombra il laicato, sembra ripartire consapevolmente da quella indifferibile necessità indicata dal Pontefice. Si può evincere questo dalle parole del segretario generale della CEI, mons. Mariano Crociata, nell’intervento fatto al convegno nazionale dei presidenti e degli assistenti di Azione Cattolica nella storica Domus Mariae di Roma. Un segno del tempo questo. Un ripartire dall’Azione cattolica, l’associazione ecclesiale voluta e promossa dagli stessi vescovi e dalle cui fila provenne buona parte della classe dirigente artefice della rinascita italiana nella prima Repubblica. Altrettanto significativo appare il tema di confronto di questi giorni incentrato su parrocchia e territorio, ossia su come il “cattolicesimo” deve svolgere il proprio servizio alla Chiesa e al Paese. Secondo mons. Crociata c'è bisogno di ''una Chiesa fatta di credenti che resistono, ma che pensano e operano come se portassero tutti il peso della fede di tutti, oltre gli stessi confini battesimali, ma capaci innanzitutto di tenere insieme uniti in qualche modo, tutti coloro che del patrimonio cattolico conservano ancora qualcosa''. Appunto una Chiesa di popolo che è comunità, che non ha bisogno di “solisti o eroi solitari”, ma di personalità “spiritualmente forti e culturalmente solide”. Quello che un tempo assicurava l’Azione Cattolica col suo impegno nella formazione civile delle coscienze. Andiamo verso una Chiesa profetica e propositiva senza la sindrome dell’assedio.

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